Etnia Herero
Gli Herero , un’ antica popolazione, appartenente al gruppo etnico dei Bantù, giunsero in Namibia dall’est attraversando il fiume Kunene, intorno al 1550 , al seguito delle mandrie, e scelsero ( “herero” significa “popolo che decide” ) di rifugiarsi in queste zone abbandonate dall’uomo: fuggivano dagli attacchi delle tribù guerriere dei Nama e dai Prussiani di Guglielmo II che li ridussero a poche centinaia di individui. All’inizio ebbero vita difficile; infiniti scontri tribali determinarono continui spostamenti fino all’incontro con la cultura dell’uomo bianco. Si insediarono in questa zona come allevatori e pastori, con i loro greggi , e vi rimasero per circa 200 anni. All’inizio del XIX secolo, cominciando le risorse a scarseggiare, si mossero verso ovest nel territorio degli Ovambo che li scacciarono ; si mossero allora verso sud alla ricerca di pascoli più idonei ma si scontrarono con i Nama, più forti di loro anche perché disponevano di armi da fuoco vendute loro dagli europei. I Nama derubarono tutto il bestiame degli Herero e li costrinsero a ritornare indietro verso nord, ossia verso il Kaokoland e da qui essi si diressero verso il centro, passando attraverso quell’area che è ora Etosha, raggiunsero il territorio del Waterberg, montagna di arenaria ricca di risorgive, e vi si stabilirono. Alcuni di essi , detti Tjimba Herero, si spostarono verso l’Angola dove rimasero, contando sull’elemosina delle tribù locali; un altro piccolo gruppo decise, invece, di rimanere nel Kaokoland trasformandosi da pastori (ormai privi di vacche) in raccoglitori o scavatori alla ricerca di radici. Questo gruppo fu chiamato, in senso dispregiativo, Ovahimba, dagli Herero che si erano spostati. “Himba” vuol dire “facocero” perché il facocero scava per trovare il cibo ma riferito ad una persona assume il significato di “pezzente” ossia “colui che chiede”.

Gli Herero , che ora vivono nel centro nord della Namibia nella regione del Waterberg, dove sono stanziati stabilmente dal secolo scorso, praticano prevalentemente la pastorizia, ma molti lavorano nelle grandi fattorie o si dedicano al commercio nelle città. I terribili scontri di fine ottocento con i Nama e con i coloni tedeschi , alla cui colonizzazione si erano ribellati, causarono la morte di quasi il 75% del popolo Herero. Ma essi con grande coraggio, hanno fatto prevalere la loro cultura e oggi sono classificati tra i migliori allevatori di bestiame e uomini d’affare. Strano e complesso è il loro sistema ereditario : la linea matriarcale assicura la transizione del bestiame e di altri beni materiali mentre dal padre i figli ereditano i beni spirituali e l’autorità in campo politico e religioso. Una caratteristica delle donne herero è che il pannicolo posteriore determinato dalla parte finale della colonna vertebrale, cioè il coccige, si piega in su diventando orizzontale per cui esse hanno il sedere molto sporgente. Le donne Herero sono famose per il loro vistoso, colorato e ricco abbigliamento che risente della colonizzazione europea e della “civilizzazione” forzata da parte dei missionari tedeschi. Correva l’anno 1873 quando la moglie di un missionario protestante tedesco si mise in testa di vestire le sconvenienti nudità delle donne Herero nientemeno che con abiti di foggia vittoriana ( moda che imperava in quel periodo in Europa ): blusa stretta, chiusa fino al collo, con maniche a sbuffo, gonna a campana, bianca o rossa, lunga fino ai piedi e molto gonfia , mantenuta tale da 6 o 7 sottogonne; in testa un copricapo colorato a forma di corna di vacca, “confezionato” utilizzando una striscia rettangolare di stoffa che viene arrotolata e attorcigliata intorno a un giornale o altra sorta di materiale. Con questi abiti le donne herero si presentano, ancora oggi, alla commemorazione dei propri capi nella città santa di Okahandja, in agosto. Il rosso domina in queste feste: colore del sangue, colore del fuoco, simbolo di fertilità. All’alba si spengono le ultime braci del fuoco dell’ “omumborombonga”, l’albero sacro: le tribù si sciolgono e ognuno riprende la strada verso il proprio villaggio; si allontanano lentamente anche gli Himba per raggiungere, dopo giorni di marcia, i loro villaggi più a nord, nel lontano Kaokoland.

